“Il consumatore deve sapere cosa mangia e deve sapere la provenienza di quello che mangia” ci ha detto Edoardo Raspelli, uno dei critici gastronomici più famosi d’Italia. Chiedendogli il suo punto di vista per quanto riguarda la difesa dei prodotti nazionali ci ha detto che “come è normale che le macchine fotografiche comprate dagli italiani siano made in Japan, è normale che gli Italiani acquistino prodotti agroalimentari made in Italy: la ricchezza di prodotti di qualità che l’Italia vanta è enorme, è da ricordare che il nostro paese detiene il primato europeo di prodotti certificati, e ben venga quindi che i cuochi del Belpaese impieghino nelle loro creazioni culinarie prodotti locali tipici del territorio, solo così si potrà gustare a Milano il vero risotto alla milanese”.
Se ci guardassimo attorno, molte sono le iniziative a difesa delle economie nazionali: il Presidente Obama, in merito alla politica rurale USA, ha affermato che si accerterà che i contadini americani siano protetti dagli scompigli dei mercati. Sostenitore della tracciabilità dei prodotti agroalimentari, Obama afferma che, si legge nel suo programma, “i consumatori americani devono sapere da dove proviene il loro cibo”. Secondo Obama c’è la necessità che i cittadini americani comprino prodotti freschi e locali.
“In questo momento”, ha affermato il ministro spagnolo Miguel Sebastián, “c’è una cosa che i cittadini possono fare per il paese: puntare sulla Spagna, sui nostri prodotti, la nostra industria e i nostri servizi, in pratica su di noi. Basterebbe spostare 150 euro di acquisti da beni importati a prodotti spagnoli per attenuare gli effetti della crisi”.
In Giappone uno dei target fondamentali fissati dal Ministro dell’agricoltura, al fine di portare l’autosufficienza alimentare del Paese al 50% entro il 2019, è che il popolo mangi almeno 63 chili di riso l’anno e non solo 61, segnali di una potenziale nuova stagione di nazionalismo alimentare.
Leggiamo gli interventi delle personalità che hanno partecipato al dibattito.
Il grande freddo dell’economia pone a chi si occupa di agricoltura, di consumi alimentari e di enogastronomia nel senso indicato da Brillat-Savarin – quindi con valore culturale, economico e antropologico - tre questioni che rendono limitante, e in parte fuorviante, ragionare di protezionismo si, protezionismo no. L’attuale crisi è di sistema e dimostra, sostiene il giornalista e scrittore Carlo Cambi, che l’omologazione mondiale ha fallito. Il cibo torna ad assumere prima di tutto valenza identitaria, soprattutto in Italia dove agroalimentare e turismo rurale rappresentano la principale voce di Pil e di export. La seconda questione: contraendosi i redditi c’è il rischio che il junk food si affacci sulle tavole. Lo dimostra l’impennata delle contraffazioni perché vi è una perfetta simmetria tra contrazione del potere di acquisto e incremento delle frodi Ed è emergenza sociale e sanitaria. La terza questione è: l’agricoltura polifunzionale diventa salvaguardia del paesaggio. Perciò consumare i prodotti della propria terra vuol dire anche mantenere integra la propria terra. Valorizzare le microfiliere economiche agricole significa perpetuare le comunità. Dunque non si tratta di protezionismo, ma di tutela della salute, dell’identità e del proprio ambiente. In particolare nel nostro Paese dove la ruralità ha valenza socio-antropologica, paesistico-artistica ed ecomonico-culturale. Perciò ho proposto un abbattimento dell’Iva sui prodotti Dop, Igp e Stg come incentivo al consumo identitario di qualità e come tutela del potere di acquisto. Ciò non significa chiudersi al mondo, ma vuol dire stare nel mercato globale consapevoli dei propri valori.
Chi vive in Francia da un quarto di secolo come me, dice la delegata onoraria dell’Accademia Italiana della Cucina a Parigi e consigliere gastronomica per l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, sa che il protezionismo ha radici profonde nel corpo della società francese. Come non ricordare le cisterne di vino italiano rovesciate o l’assedio delle navi provenienti dalla Sicilia nel porto di Sete. Quando ho chiesto a un alto funzionario francese come reagirebbe la Francia se gli italiani o gli spagnoli facessero la stessa cosa questi mi ha risposto lapidario : « ca serais la guerre ». Ecco come la Francia considera il protezionismo, asimmetrico : buono contro gli altri, (anche se parenti nell’Ue) cattivo quello che viene fatto contro di loro. Così mentre grazie a Carrefour e Auchan l’Italia e’ invasa da prodotti francesi di pessima qualità, a Parigi è difficile trovare un tarocco siciliano o dei broccoletti romani.
Giornalista ed esperto di enogastronomia ed economia agricola e membro della commissione enogastronomia del ministero del Turismo
Mi fa piacere quando in un dibattito si usa la parola "identità", dice Paolo Massobrio, scrittore, giornalista, e anche critico enogastronomico fra i più noti d'Italia. Il problema, infatti, continua, non è il protezionismo, che è una forma passata e superata dalle leggi di mercato. Il problema è credere che un prodotto identitario possa imporsi. Ma scusate: la cucina italiana non si è imposta nel mondo? E non certo per protezionismo e nemmeno per iniziative di promozione. Si è imposta trascinando tutto il fascino che ha il nostro Paese. Per questo dico che la battaglia sulle De.Co. le denominazioni comunali riguarda un aspetto educativo importante, che ha a che fare con l'autocoscienza delle piccole comunità, che fissano il punto da cui partire. E questo non è protezionismo, ma identità, appunto. Spero, a questo punto, che nel ministero si tolga un poco di polvere intorno. Ossia di quel pensiero burocrate che in passato ha cercato di affondare le De.Co. e in un presente mi sembra faccia il pesce in barile. Il cancro sono le rendite di posizione che frenano sia la creatività che viene dal basso e sia la spinta identitaria. E' una vecchia battaglia della Lega, spero che non la si voglia dimenticare. Su certe cose bisogna scegliere, perché la polvere della burocrazia blocca persino la spinta creativa dell'economia. Non me ne voglia ministro, ma un panno pulito ci vuole proprio, come quando davanti a un'opera d'arte si smuovono le croste. Fuor di metafora, l'arte sono i nostri saperi e i nostri prodotti, le croste sono le scrivanie...
Anna Bartolini, membro dell'Eccg (European consultative consumers group) della Ue, ci dice: il protezionismo è contro i principi sanciti dal Trattato di Roma ed ai regolamenti sulla libera circolazione delle merci asse portante dell'Europa. Normalmente il protezionismo è usato per togliere dal mercato un prodotto " debole" per il quale il mondo della produzione si è adoperata poco. Per combattere i concorrenti non serve chiudere i mercati, ma migliorare le produzioni, rendere competitivi e trasparenti i prezzi e fare una politica di valorizzazione del nostro prodotto.. A mio avviso il protezionismo non si deve invocare se non in caso di grandi calamità naturali . Sono a favore di una libera e sana concorrenza che porti a cambiamenti sostanziali quando ci sono situazioni di crisi. Chiudere le frontiere e tenere fuori i prodotti dei concorrenti non serve a nulla perché ci sarà sempre una Cina ( per esempio) che sarà in grado di abbassare ancora di più i prezzi senza tener conto della qualità. La concorrenza, nel caso dell'Italia, si combatte con la trasparenza , le regole, la qualità e la comunicazione. Se un paese X produce a bassissimo prezzo non ci sarà protezionismo che salva la nostra produzione, ma dovremo mettere in campo la qualità ed una informazione che faccia capire subito al consumatore quali siano le differenze. Se un prodotto non ha qualità, origine importante non ci sarà protezionismo che possa salvarlo. Non si può vendere di tutto a tutti . Nel mercato di oggi la produzione italiana che va salvata deve essere accompagnata da una politica di informazione dettagliata rivolta ai consumatori. Troppe volte alcuni prezzi alti non sono giustificati da una qualità superiore. Solo così potremo proteggere i nostri alimenti.
Il rincorrersi delle notizie sulla recessione – com’era facilmente presagibile – hanno ridestato la mai scomparsa sirena del protezionismo, che vaga ormai per il mondo, attraendo con il suo canto governanti e imprenditori, commenta Francesco Marangon, Professore Ordinario di Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile presso l'Università degli Studi di Udine. È forse questo uno degli aspetti più problematici da gestire in questo difficile periodo di crisi. Il comparto agroalimentare è tra i primi a risentirne. Quello che è opportuno osservare è che in tale settore il protezionismo è particolarmente infettivo: ad un’azione di chiusura ai prodotti primari di un Paese si collega immediatamente la reazione dell’area colpita. Le ricerche più recenti di economia agraria in campo nazionale indicano in ogni caso che la sensibilizzazione dei consumatori nazionali verso le produzioni locali certificate deve evitare di abbinarsi all’innalzamento di deleterie barriere al libero scambio, soprattutto quando esso garantisce flussi di prodotti contraddistinti da un alto grado di sostenibilità economica, sociale ed ambientale.
Antiprotezionista, cum judicio.
Ognuno di noi quotidianamente cerca il meglio negli affetti, nei beni, nei servizi, nelle idee consapevole della limitazione imposta dalle proprie risorse umane e finanziarie, fondata per altro sulla costante ricerca di equilibrio pragmatico tra qualità e convenienza, dichiara il docente di Filosofia del Marketing Massimo Panzini. L’ellenikà altro non era che l’insieme delle relazioni commerciali e culturali degli antichi Stati greci affacciati sul Mediterraneo, l’universo di quel tempo, che ha permesso il confronto con altre tradizioni e opportunità. I territori dell’alto e basso medioevo, il favoloso Oriente, le Americhe, il plagio della recente teorizzazione della globalizzazione sono caratterizzati da questa naturale e ovvia necessità: avere la possibilità di accedere all’eccellente. Il disequilibrio introdotto nel sistema da fameliche economie virtuali non va curato con il protezionismo, assolutamente antistorico e catastrofico. Questa convinzione non nasce dal fatto di voler tutelare ad esempio le esportazioni dei 18,8 milioni di ettolitri di vino del 2007, quasi il 40% della produzione italiana, o le italiche industrie manifatturiere. Si fonda sulla necessità dei liberi scambi che, se impediti, negherebbero la visione liberista e laica della società, sconfesserebbero la ragione d’esistere dell’Unione europea, renderebbero superflue ricerca e innovazione, le sole che possano generare progresso e far riconoscere di volta in volta i più seducenti, i più appetibili, i più accessibili. Possiamo davvero pensare a un mondo dove i romani, i londinesi, i moscoviti, i newyorkesi si bevano ciascuno l’acqua propria?
In un mondo sempre più piccolo e globalizzato è una vera aberrazione parlare di protezionismi, ha sottolineato il giornalista e scrittore Carlo Raspollini, guida degli autori di Unomattina, Linea Verde e Linea Verde Orizzonti. Le frontiere si abbattono, anche tra stati posti agli antipodi. Un po’ per via dei processi politici di aggregazione in atto nell’occidente e un po’per l’annullamento delle distanze commerciali, dovuto alle comunicazioni mediatiche e commerciali. E’ difficile per qualsiasi stato, anche il più totalitario, mantenere un controllo intenso ed esteso sulle attività dei propri cittadini, figuriamoci per le democrazie giovani o antiche. Nessuna misura protezionista sui prodotti agro alimentari e su altri prodotti può salvaguardare l’ economia interna di un singolo Paese così come nessuna barriera anti immigrati può impedire che il mondo dei bisognosi rinunci alle briciole del benessere, nel nostro come in altri Paesi ricchi. Chi ha o ha avuto rinuncia difficilmente e cerca soluzioni immediate, anche irrazionali, è vero ma dalla crisi non si esce da soli, così come non vi si è entrati da soli. Mai come ora Primo e Terzo mondo debbono trovare soluzioni concordate che offrano diverse prospettive di uscita dal depauperarsi delle nostre economie. Nuove soluzioni, nuove alleanze che presuppongano tuttavia la crescita comune dei diversi Paesi e non più sfruttamenti a senso unico. Solo questo potrà fermare la marcia della fame dal Terzo al Primo mondo, che certamente non è una soluzione a lungo termine. Esistono le possibilità per concordare produzioni e scambi commerciali che favoriscano più partners senza incrementare conflittualità molto pericolose per le nostre società. Chi le troverà e le praticherà per primo diventerà un modello per gli altri. L’Italia gode in tal senso di qualche vantaggio, per la sua naturale posizione nel Mediterraneo e per la sua storia passata e recente di arbitro e interprete tra varie culture e mondi. Basta solo cogliere l’occasione.
E’ curioso, dice la giornalista Marisa Fumagalli, come la difesa dei prodotti della propria terra (ed anche il recupero di quelli antichi a rischio di estinzione da rilanciare, dando fiato e risorse ai piccoli produttori) su cui in Italia si è lavorato molto negli ultimi anni e mesi – penso a Sloow food a Coldiretti, allo stesso ministro Zaia – diventi, in un momento di crisi economica, quasi uno “stato di necessità”. Due interessi coincidenti, sembrerebbe. Io non sono un’economista, ma, d’istinto e per cultura, ho sempre apprezzato questa linea. Considerando che il nostro Paese è davvero speciale per il patrimonio di cui dispone: frutti della terra, viticoltura, allevamenti, cucina territoriale, eccetera.
Ciò detto, non mi convince il protezionismo tout court, che chiude le porte al mondo, ai nuovi mondi. A parte l’effetto boomerang (se anche gli altri Paesi si attrezzano così), trovo che la contaminazione sia una ricchezza. Culturale, innanzitutto. Per dirla chiaramente e con un esempio di attualità: non ho apprezzato l’iniziativa dell’Amministrazione di Lucca che, con un diktat, ha, di fatto, discriminato prodotti e cucine degli altri Paesi. Anche questo è razzismo.
Ps: I sacrosanti controlli relativi alla filiera e alla sicurezza alimentare hanno il mio plauso incondizionato.
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Milton Friedman, alla domanda "ha piu' bisogno uno che ha o uno che non ha?'' rispose : ''ha piu' bisogno uno che ha avuto e non ha piu''. Questa e' la condizione nella quale rischiamo di trovarci, afferma il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia
Sul fronte agricolo, non possiamo rinunciare a una dimensione economica identitaria, che valorizzi la tradizione per diventare il vessillo del liberismo estremo e quindi pensare che invece di alimentarsi con le mele della Val di Non piuttosto che con le arance rosse di Sicilia, si debba consumare ananas e banane. Ricordiamoci che vantiamo 4.500 prodotti tipici, 176 tra dop e igp, oltre 500 vini a denominazione di origine.
Al prossimo G8 agricolo, il primo, che si svolgerà a Cison di Valmarino, in provincia di Treviso, dal 18 al 20 aprile, presenterò un documento, che dirà: i dazi agricoli esistenti non possono essere abbassati; semmai, per certi versi, vanno rafforzati. I miei colleghi europei non avranno nessuna difficoltà a sottoscriverlo: si trovano tutti in una condizione simile e pensano tutti le stesse cose.
I prezzi di vendita di certi prodotti, dal riso alla frutta, al latte, in molti casi sono ben al di sotto dei nostri costi di produzione: il riso thailandese, senza dazi, costa meno della metà di quello nazionale, la carne argentina, poco più di un sesto di quella nostrana. Una filiera già a rischio è quella del latte: quello romeno costa poco più della metà di quello nazionale. Se non lo tutelassimo, sarebbe tra l’altro la fine delle 24 dop del formaggio e sei miliardi di euro se ne andrebbero in fumo. La concorrenza agricola lascia soltanto due strade ai prodotti locali: la prima, che è anche la più probabile, è la chiusura delle nostre aziende agricole: certe sperequazioni semplicemente non sono sostenibili. La seconda è una continua rincorsa al taglio dei costi, che inevitabilmente porterà qualcuno a pensare che la qualità possa passare in secondo piano. Un fatto semplicemente suicida, visto che l’agroalimentare italiano è ai vertici del pianeta.
Quello che ha detto Obama nel suo “Buy american” mi è parso un raggio di sole; io ho una formazione liberale, ma un contesto globalizzato come quello nel quale operiamo è ben diverso da quello in cui scriveva Adam Smith. L’arretratezza produttiva e di legislazione sociale e ambientale non può diventare un fattore competitivo: è soltanto concorrenza sleale.
Voglio quindi lanciare un appello: consumiamo prodotti locali e di stagione, solo così possiamo salvare l’agricoltura italiana e con essa tutte quelle tradizioni e valori che rendono unico il Nostro Paese.
Su questa base abbiamo pianificato la nostra azione di governo, dalla stagione della “tolleranza zero” al Disegno di legge sulla competitività del sistema agroalimentare italiano che, per la prima volta, introdurrà nel nostro Paese l’obbligo di indicare l’origine dei prodotti in etichetta, al progetto “Frutta nelle scuole”, grazie al quale i nostri ragazzi potranno finalmente mangiare frutta del territorio e di stagione.